Ragazza Migrante

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 Io, ragazza di ventotto anni, italiana, con mille sogni ancora nel cassetto. Mi lamento perché nel mio paese non si trova lavoro, allora prendo un passaporto, faccio la valigia e cerco una vita migliore in un altro paese. Mi imbarco su un aereo con il cuore stretto e nel giro di qualche ora arrivo in Inghilterra, Francia, Spagna… il nome non importa, vado dove voglio e ci provo. Provo ad ottenere una vita qualitativamente migliore, una vita che possa offrirmi un futuro come si deve, un futuro nel quale posso avere un lavoro, una famiglia, una casa e senza per questo sputare sangue, fare la precaria a vita, arrivare a fine mese con l’acqua alla gola. Magari posso trovare un lavoro per quello che ho studiato, posso fare l’insegnante perché ho fatto cinque anni di università ma qui non lo diventerò mai, neanche dopo laurea triennale, specialistica, master, dottorato, concorsi vari e inutili. E soldi. Perché di soldi ne ho spesi tanti, anzi la mia famiglia in primis li ha spesi. Perché mi ama e lo ha fatto per formarmi, per darmi il meglio, per donarmi una cultura.

Posso essere felice e vederla come un’opportunità per imparare una nuova lingua, conoscere un’altra cultura, trovare un lavoro decente e se proprio mi andasse male posso sempre tornare a casa e riprovare a sfidare il sistema che vuole noi ragazzi senza sogni e senza obiettivi. Oppure posso essere quasi costretta a partire perché poi l’affitto come lo pago? E quindi no, non sono contenta e una volta giunta nel nuovo paese posso lamentarmi, posso dire che l’Italia non mi ha permesso di vivere la vita che vorrei, posso constatare che si, il lavoro è migliore, ma a che prezzo. Lontana dalla mia famiglia, dai miei amici, dalla mia terra. È giusto essere quasi costretta a emigrare?

Io, ragazza di ventotto anni, eritrea, senza grandi sogni se non quello di sopravvivere. Mi lamento perché nel mio paese non mi è permesso studiare, non mi è permesso sognare di diventare insegnante, medico, avvocato o ingegnere. Posso fare solo una cosa: entrare nell’esercito in modo permanente e fare figli che faranno a loro volta il servizio militare a vita e anche loro potranno avere bimbi che all’età di quattordici anni entreranno in questa gabbia che si chiama dittatura. E allora il mio passaporto non ha valore, non posso fare una valigia perché ho poco e nulla da mettere dentro e anche quel poco che ho al primo check-point me lo ruberanno subito. Non posso andare in aeroporto, non posso prendere un aereo e le ore che mi serviranno per arrivare nel paese desiderato non saranno tre o quattro, non saprei neanche quantificarle. Posso impiegare otto mesi, un anno o anche due prima di toccare l’Europa.

La mia famiglia mi ama e paga tutto il necessario, ipotecando casa, un pezzetto di terra, arrivando a sfamarsi di poco pur di darmi una chance. Una chance fatta di illegalità, di pericolo, di violenza, di confini impossibili a varcarsi ma che si varcano lo stesso. Senza bere, senza mangiare, sentendo la mia carne violata da uomini sconosciuti quando e dove vogliono. Ma io ci provo. Ci provo perché non posso morire qui, in un limbo infinito, in un’attesa di una vita che non inizierà mai, senza mai poter prendere una decisione, senza mai poter esprimere una sola idea delle mille che ho in testa. E forse mi uccideranno, forse sarò uno di quei numerosi corpi che dormono ormai sul fondale del Mediterraneo ma io ci provo. Perché voglio una vita migliore, una vita decente, voglio un futuro come si deve, un futuro nel quale posso avere un lavoro, una famiglia, una casa e senza per questo sputare sangue mentrevengo pestata a botte perché ho tentato di oppormi ad un poliziotto. E una volta che arrivo finalmente nel paese dei miei sogni posso essere triste perché sono lontana dalla mia famiglia, dai miei affetti, dalla mia terra e anche perché la gente di qui non mi vuole, mi vede come il nemico che è venuto a rubare lavoro, a delinquere, a portare malattie. Il mio sogno era solo uno: la libertà.

Io, ragazza di ventotto anni, emigrante forzata.