Diario di una volontaria inesperta

IMG 1493È domenica mattina, di gennaio, a Roma. Sono Chiara e sono al campo di rifugiati che si trova nella mia città, a piazzale Maslax, dietro la stazione Tiburtina. È la terza volta che vengo e i miei compagni sono tutti più esperti di me. Di solito non parlo molto, ma mi guardo intorno molto. Oggi c’è un ragazzo, S., giovane quanto me. Parla solo inglese, gli rivolgo le solite domande di rito “Where are you from?”, “How old are you?” e “Why do you need a doctor?”. Gli serve un dottore per un dolore allo stomaco, “come se ci fosse qualcosa che si torce dentro di me” dice. Lo accompagno dai dottori perché parlo bene in inglese e posso dare una mano a tradurre quello che sente. Durante la visita una fitta particolarmente acuta lo fa piegare in due dal dolore e inizia a piangere. I dottori gli danno qualche pillola e gli spiego come prenderla. Però è ancora seduto sulla panca, e dondola avanti e indietro per il dolore. Mi ci siedo accanto. Gli faccio delle domande, per cercare di distrarlo dal dolore; ma forse non sono le domande giuste. “Da dove vieni?”, “Quando sei arrivato in Italia?”, “Dove stai andando?”. Lo vedo che risponde con frasi corte, non ha voglia di parlare e non lo forzo. Ma il dolore inizia a passare e adesso è lui a fare domande. Mi chiede cosa studio e se faccio volontariato con l’associazione. È così interessato perché anche lui ha fatto volontariato, era con la Croce Rossa quando un’epidemia di colera è scoppiata in Etiopia. Adesso invece non fa più domande, parla e basta. Anzi, parla e piange. Mi racconta tanto della sua vita, e lacrime di commozione gli rigano il volto. Io ricaccio indietro le mie, non so bene perché, solo non sembrava giusto in quel momento. Era la sua storia, erano i suoi genitori uccisi da un governo dittatoriale, la sua battaglia per la libera espressione nel suo paese, la sua fuga in Sudan, il suo rapimento, la sua prigionia in Libia, il suo dolore alla pancia che lo faceva sentire come se stesse per morire. Io avrei avuto modo per piangere dopo, ma ora dovevo solo ascoltare. Vuole andare in Inghilterra, lì c’è uno zio che potrà aiutarlo; appena troverà i soldi per un autobus arriverà a Milano, poi la Francia. In Italia non vuole stare; all’inizio questo era il piano, ma ha cambiato idea quando in Sicilia non gli davano vestiti anche se faceva così freddo.

Per me era la prima volta che mi capitava di parlare così a lungo con un migrante e due cose importanti mi sono rimaste. Primo, la sua completa solitudine; da solo a Roma, senza soldi, senza contatti ma pieno, straboccante di futuro. Mi chiedeva se era possibile arrivare in Canada, lì c’era una ragazza, incontrata in Etiopia durante il volontariato con la Croce Rossa, gli piacerebbe rivederla. “Un giorno vedrai i miei video su YouTube” mi dice; gli piace cantare e una volta arrivato in Inghilterra, da suo zio, vuole iniziare a fare video. Ma non ha il numero di suo zio e ha perso il biglietto con il suo indirizzo. “in qualche modo farò”, mi sorride. La seconda cosa che mi è rimasta dentro e, lo dico con vergogna, mi ha stupito, è che era un ragazzo esattamente come me. L’allarmismo europeo, le retoriche, le politiche e le leggi hanno fatto sì che oggi in Europa esistano due tipi di persone: persone di serie A, io, e persone di serie B, lui. E per quanto possa essere profondamente contraria a tutto ciò, io quella domenica mattina ero stupita nel parlare con S. e confrontarci sulle nostre esperienze di volontariato, nel parlare di futuro e di politica, nel ridere. Ero stupita, perché la politica ha ghettizzato le persone che vanno sotto il nome di “migranti”, “rifugiati”, ma anche “africani” se vogliamo. Sono abituata a studiare e leggere di queste persone di cui si parla in modo in cui sembrano sempre ‘altro’ da noi, troppo spesso sembrano ‘meno’ di noi. Ma per quanto fossi già consapevole di ciò, la consapevolezza è una cosa, l’esperienza un’altra. Perciò andiamo, incontriamo e parliamo, per favore, confrontiamoci con coloro che vengono da una parte accusati di invaderci e rubarci il lavoro, e dall’altra vengono accuditi con pietismo e paternalismo, perché la loro voce dice qualcosa di completamente diverso da questi due estremi. Ogni persona ha una voce, e a volte ne basta una a cambiarti la giornata e magari anche un po’ la vita. S. aveva una voce fragile e coraggiosa insieme, e gli auguro di essere oggi, a un paio di settimane di distanza, da qualche parte in Francia, di aver trovato un amico, di non avere più il mal di pancia.

Quando ci siamo salutati io gli raccomandavo di mangiare, lui mi ringraziava per averlo ascoltato. Lui aveva capito molto più di me che cosa era davvero importante quel giorno.

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