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Rupi Kuar APERTURAPiegarsi, correre, spezzarsi, tenere duro, ancora e ancora. Parole forti, che racchiudono in modo congeniale un malessere davanti al quale molti sono ciechi, o preferiscono chiudere gli occhi. E’ così che Rupi Kaur, poetessa canadese di origini indiane, racconta l’immigrazione, nella sua ultima raccolta di poesie ‘’the sun and her flowers’’. Giovane donna self-made, pubblica da sola la sua prima raccolta ‘’milk and honey’’ nel 2014, prontamente acquisita poi dalla Andrews McMeel Publishing nel 2015. Definita dalla critica una ‘’Instapoet’’ in tono chiaramente dispregiativo, Rupi Kaur ha fatto dei social, da Instagram a Twitter, il suo punto di forza, utilizzandoli con estrema destrezza. Social, che d’altro canto le hanno assicurato una entrata in scena di tutto rispetto. Inconsueta è stata la sua scelta riguardante l’assenza di lettere maiuscole; scelta che tuttavia nasconde un significato più profondo. Deriva infatti dalla sua lingua d’origine, il Girma, in cui non esistono lettere maiuscole o minuscole, ma le parole hanno tutte quante un’altezza costante, forse in una simbolica idea di uguaglianza, seppur solo grafica. La sua poesia affronta a gran voce temi considerati spesso come tabù, dai rapporti con uomini difficili, violenza sessuale e abusi, al razzismo e all’immigrazione. La scrittrice racconta un viaggio che ha come protagonista la guarigione, intesa come atto che presuppone l’accettazione e il superamento del dolore, in tutte le sue sfaccettature. Essa stessa si definisce una ‘’intersectional femminist’’, fautrice di un femminismo a tutto tondo, privo dell’ipocrisia del cosiddetto femminismo bianco che, pur precisandosi come movimento femminista, tende ad escludere determinati gruppi di donne, in virtù di una contorta idea di equità. Le poesie che affrontano il tema dell’immigrazione si trovano nel terzo capitolo della raccolta, dal titolo ‘’Rooting’’, radicarsi. Già, perchè forse proprio radicarsi, l’aggrapparsi a qualcosa è diventato vitale oggi. Che sia la mano di una persona cara, il fianco di una barca o una terra, ‘’you have to keep going and going’’, senza lasciare la presa. Perdere tutto, lasciarsi una vita e una casa alle spalle, stringere a sé ciò che si ha di più caro per imbarcarsi in un viaggio dal finale incerto. Imbarcazioni incapaci di sostenere tutto il dolore, la tristezza e la disperazione di chi è spinto ad abbandonare tutto, in fuga da un paese in preda al massacro, alla guerra o in mano a crudeli governi fantoccio. ‘’Cosa importa allora? Se affogare è meglio che restare’’, se rischiare una pallottola è meglio che essere torturati? In un particolare periodo storico in cui xenofobia e strumentalizzazione della paura regnano sovrani, Rupi Kaur, dall’alto delle sue origini indiane, alza fieramente la voce. Voce che arriva fino all’altra parte del globo, dove i problemi, seppur con peculiarità 1 differenti, sono gli stessi. L’ odierna società europea si trova travolta da una sempre più energica ondata di xenofobia e razzismo; in testa c’è proprio l’Italia, che secondo il recente rapporto di Amnesty International sta coltivando al suo interno una particolare nicchia, diventata paladina dei discorsi d’odio, volti ad alimentare i pregiudizi e la paura dell’altro, che aumentano e intensificano il loro fervore quando si tratta di campagna elettorale. Alla presentazione del rapporto, Amnesty ha anche presentato i risultati del suo recente progetto dal titolo ‘’Il barometro dell’odio’’, basato su una raccolta di dati forniti dagli attivisti, volto a fornire una immagine precisa dell’andamento dei discorsi d’odio rivolti esplicitamente contro migranti, rifugiati e rom. In un frangente storico-sociale in cui tutti sono contro tutti, caratterizzato da una tensione palpabile, in cui culture estremamente diverse devono imparare a convivere e rispettarsi, la Kaur, munendosi delle sue poesie come pezzi di un puzzle, compone un quadro che racconta l’amore in tutte le sue forme, portandoci a riflettere sul fatto che che non siamo nemici e che, in fin dei conti, i confini sono un costrutto ‘’man-made’’.

"borders are man-made - they only divide us phisically don't let them make us - turn on each other - we are not enemyies" Rupi Kaur The Sun and Her flowers

articolo di Ioana Craciun

 

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